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L’intelligenza artificiale cambia i processi di un’azienda su due

2025-12-13 09:07

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L’intelligenza artificiale cambia i processi di un’azienda su due

Per ridurre l’impatto sulle risorse umane il 43% delle imprese sta facendo formazione. Le applicazioni più diffuse riguardano analisi dei dati, marketing

L’intelligenza artificiale sta entrando con sempre maggiore decisione nei processi produttivi e organizzativi delle imprese: quasi un’azienda su due associata a Confindustria è coinvolta a vario titolo in un percorso di trasformazione tecnologica che interessa soprattutto i servizi e le realtà di maggiore dimensione. L’11,5% utilizza o sta testando soluzioni basate su algoritmi avanzati, mentre il 37,6% ne sta valutando l’introduzione. Le applicazioni più diffuse riguardano analisi dei dati, marketing, ricerca e sviluppo, automazione e assistenza ai clienti: ambiti in cui l’IA sta contribuendo a ridefinire metodologie operative, strategie aziendali e organizzazione del lavoro.

Il quadro, però, non è privo di ombre. Meno della metà delle imprese che hanno avviato l’adozione dell’IA (43,7%) ha già messo mano ai processi interni per gestire l’impatto sulle risorse umane, in particolare attraverso percorsi di formazione interna, consulenze specializzate o assunzione di nuovi profili tecnici. Molte aziende procedono quindi sul fronte tecnologico, ma restano indietro nell’aggiornamento delle competenze e nei piani di formazione. Non a caso, la carenza di competenze interne è indicata come la prima criticità (36,7%), seguita dalla complessità dell’integrazione nei processi esistenti e dai costi ancora elevati.

A scattare la fotografia sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle nostre imprese è l’indagine di Confindustria sul lavoro 2025, curata da Francesca Mazzolari, Giovanna Labartino e Giovanni Morleo, presentata ieri a Roma, nella casa degli industriali, nel corso del convegno “Ia e Lavoro: nel cuore della trasformazione”.

«La diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese e la sua sinergia con il capitale umano rappresentano oggi la sfida più rilevante per il nostro sistema produttivo - ha sottolineato Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi Confindustria -. Il grado di diffusione dipenderà sempre più dalle competenze delle persone, rendendo fondamentale investire nella formazione e nella valorizzazione del lavoro a tutti i livelli. Le imprese hanno già intrapreso questo percorso: i dati dell’Indagine Confindustria sul lavoro, giunta alla 21esima edizione, mostrano che quasi un terzo delle associate con difficoltà di reperimento del personale ha avviato o rafforzato forme di collaborazione con il sistema educativo territoriale. Dobbiamo accelerare su questa strada, è l’unica possibile per sostenere la produttività e rimanere competitivi».

Un tema è il mismatch tra domanda e offerta di competenze che continua a rappresentare una sfida per tutto il sistema, con il 67,8% delle imprese che dichiara difficoltà di reperimento dei profili adeguati. Si tratta ormai di un problema strutturale che si inserisce in un quadro dominato dalla rapidità dei cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie. Una zavorra che, secondo le stime di Unioncamere-ministero del Lavoro, costa al sistema produttivo qualcosa come circa 44 miliardi di euro in termini di mancato valore aggiunto, una cifra pari a circa 2,5 punti di Pil. Le difficoltà riguardano soprattutto le competenze tecniche (57,1%), le mansioni manuali (46,3%), le competenze trasversali e digitali avanzate (circa 18%). L’industria è più in affanno rispetto ai servizi, specie per le competenze scientifico-tecnologiche. Una prima risposta è la crescita delle collaborazioni strutturate con scuole, Its Academy, università.

«Le aziende italiane sono entrate nel vivo della trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale diventerà presto un fattore competitivo decisivo, anche dal punto di vista formativo - ha affermato Riccardo Di Stefano, delegato del presidente di Confindustria all’Education e all’Open Innovation -. Ma per gestire e non subire questa transizione serve un salto di qualità nelle competenze, un forte investimento in una formazione sempre più integrata tra mondo produttivo e sistema educativo. E nell’indagine Confindustria emerge molto bene come le imprese siano sempre più protagoniste nelle relazioni con scuole, Its Academy, università. Esercitando, in modo sempre più completo, un ruolo di responsabilità educativa anche attraverso le tecnologie abilitanti. Solo così potrà essere garantita un’adozione dell’IA responsabile e capace di generare crescita per il Paese e per l’intero sistema produttivo».

Uno dei settori in cui l’IA è ormai da tempo entrata nei processi produttivi è quello bancario. «In Intesa Sanpaolo l’intelligenza artificiale è un elemento chiave di trasformazione perché consente di ripensare i processi e potenziare il lavoro delle nostre persone, valorizzando competenze e capacità - ha detto Stefano Curzi, Head of Innovation Strategy Intesa Sanpaolo -. Per questo investiamo molto nella loro crescita, promuovendo una cultura dell’innovazione a tutti i livelli attraverso community dedicate e programmi formativi di reskilling e upskilling». Un ruolo importante è affidato ai manager: «In termini di competenze manageriali - ha proseguito Massimo Sabatini, direttore generale di Fondirigenti - più tecnologia significa più capacità strategica e di visione: investire nella formazione manageriale significa perciò “abilitare” il cambiamento, soprattutto nelle Pmi».

La digitalizzazione dei processi produttivi ha consentito anche di sviluppare il lavoro agile che dopo la pandemia sta caratterizzandosi come uno strumento di conciliazione tra vita e lavoro. Il lavoro agile è adottato dal 32,3% delle aziende nel 2024 - quasi 4 volte in più rispetto al pre-Covid-, la diffusione si è ormai stabilizzata rispetto al 2023. Tra le imprese che adottano lo smart working, è coinvolto il 35,8% dei dipendenti non dirigenti, per lo più fino a 2 giorni a settimana.

La diffusione del lavoro agile e la definizione delle modalità attuative sono tra le materie su cui può intervenire la contrattazione aziendale. Il 67,8% dei lavoratori del campione (71,7% nell’Industria) sono coinvolti dalla contrattazione aziendale, che si conferma uno dei principali strumenti attraverso cui le imprese gestiscono innovazione e flessibilità, per accompagnare i processi di trasformazione organizzativa. Ad inizio 2025, il 28,1% delle imprese applica un contratto aziendale, con il 36,2% nell’Industria e il 21,4% nei Servizi. C’è una forte correlazione con la dimensione: si va dal 14,5% tra le micro imprese al 70,2% tra le grandi. Le materie principali disciplinate dai contratti aziendali sono i Premi di risultato collettivi (61,8%), l’Orario di lavoro (53,1%), la Conversione dei premi in welfare (36,3%), le Misure di conciliazione vita-lavoro (31%), il Welfare aggiuntivo (33,7%), la Formazione ulteriore rispetto a quella obbligatoria (27,6%).

«Una trasformazione veloce e radicale è quella che sta avvenendo nel mondo del lavoro nella nuova era dell’AI, una trasformazione tuttavia dove al centro ci sarà sempre l’uomo e le sue competenze intrinseche - ha chiosato Raffaella Caprioglio, presidente di Umana -. La formazione, insieme alla flessibilità e alla propensione all’apprendimento, saranno le chiavi per chi vuole entrare e rimanere in un mercato del lavoro in continua evoluzione».

Cit. “Il Sole 24 Ore”



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